> Tutta colpa delle favole.

Tutta colpa delle favole.

Nessun principe che ti salva dai veleni dell’invidia, nessun cavaliere armato di spada lucente che ti porta via dal drago del castello…
O ti abitui alla solitudine ed a cavartela da sola, o il drago sgranocchierà le tue ossa abbandonate su un letto di sogni, desideri ed organza.

Crepita l’aria che arriva alla gola
un sussulto nel gemito allungato al petto.
Sa di dolore e pena per la carne
questo appartenersi senza riuscire a prendersi.
Blando sentore di sangue impazzito
di muscoli che sudano stretti in se stessi.
Mastico respiri ed ingoio la mia stessa voce.
Gelida espressione di un brivido senza padroni,
che si paragona all’eco sinuoso di un tenue ansimare.
Pelle che brucia
macchie d’adrenalina
e nel fondo degli occhi giocano altezzosi imbarazzi.
Mi convinco d’esser donna,
corpo che ascolta l’istinto
e muto si consegna al piacere.
Insensibili attese e spasmodiche illusioni.
Mi convinci d’esser Donna
anima che urla nel vibrare delle corde tese.

_Amara ©

LeTTeraTurA MoDernA: Pablo T scrive "Lo scopatore di anime" e nasce IL MANIFESTO - l'intervista a cura di Vincenzo Monfregola

ilmanifestoblog:

Questi siamo NOI, con l’anima che spicca da ogni Nostra parola e che traspare dalle Nostre righe. Ai primi posti tra gli articoli più popolari del blog, in soli 3 giorni. 
NOI, liberamente - ma non troppo - interpretati in questa splendida intervista collettiva.

1 giorno fa - 2

Troveremo il coraggio di perderci, 
solo quando ne avremo avuto abbastanza del trovarci.
Sarà tempo di lasciarci andare, 
quando non sentiremo più fame di abbracci, di lento divenire l’uno sulle labbra dell’altra. 
Avremo premura d’abbandonarci, 
quando il vento placherà la sua furia e delle nostre ossa non resterà che la polvere.

_Amara ©

Costole corrose dai verbi venuti meno,
brandelli di pelle che si contano a mani piene.
Uno di troppo che solletica la gola.
Uno di meno per lasciarmi chiudere le braccia.
Ho spazio.
Ho vuoto.
Ho il peso dei sostantivi lasciati cadere,
qui, 
tra lo stomaco e le ginocchia. 
Cedo. 
Si zittiscono i sensi. 
Si consuma la carne. 
Le labbra a sfiorar le consonanti, mute e labirintiche,
tessute come fili di lino, corposi e grezzi,
pesanti come abiti di piombo, per custodire l’incerto palpitare.
Fede che vien meno al mutar dell’assenza. 
Ingoio torrenti d’inchiostro e rocce di carta.
Nodi di vocali chiuse in fondo alla gola,
stretta, chiusa,
che implora il petto perché imploda,
liberando le costole corrose,
la carne logora,
la pelle lisa. 

Ho rabbia e tormento,
lenta morte e tolleranza.

_Amara ©

Sorrisi Sintetici, su Faccialibro, la potete trovare qui!

3 giorni fa

NOI siamo qui.

6 giorni fa - 1

Sono creta e seta tra le tue dita stanche e fredde.
Un gioco di temperature e di corpo in sostanza.
Mi plasma ogni tuo sguardo, vinto dal desiderio, soggiogato da ogni voglia.
Sono seta e creta, malleabile e violenta.
Filami come fiori di cotone, ché mi pesano sul collo, in quell’angolo di pelle tra le spalle che lascio cadere.
Tirami, allungami, rendimi capace d’avvolgerti e scaldarti.
Con gli occhi bassi ed i passi lenti nelle vene.
Scorro lenta, scorro tumultuosa.
E son tempesta che t’arriva dritta al cuore.
Sono un drappo di tela speziata, uno scorcio di mercato indiano.
Vivo, acceso, con i profumi di pepe e noci che solleticano le narici. Paprika.
Zafferano.
Mi accartoccio sotto il tuo peso, adattandomi e modificandomi per non far male alla tua pelle sottile.
Sono creta, cotone e spezie indiane.
Plasmami, legami.
Assaporami.

_Amara ©

Beatrice è allergica al buio.
Si nasconde sotto la luce di un raggio di luna per sfuggire ai morsi dell’ombra, con quel lieve gonfiore sotto gli occhi che le ricorda che la notte sa essere crudele se le fuggi e lei ti trova.
Beatrice si colora gli spazi bianchi.
Ruba gocce di pioggia e spicchi d’arcobaleno, cacciandoli a mani nude e piedi in battaglia, allungando gli steli dei papaveri ancora rossi, accesi come fiamme d’un fuoco che arde ingordo.
Beatrice si racconta nei suoi trascurabili dettagli.
Parla come se non avesse bisogno di prender fiato, articolando labbra e lingua come se danzassero tra sillabe e sorrisi, falsi, finti. Beatrice continua a fingere di non aver timore della notte e delle conseguenze del suo rapido calarle proprio lì, tra la gola ed il petto, tra la nuca e la coscienza.
Beatrice non chiude gli occhi.
O almeno pensa di non farlo.
Piange incurvando le labbra e lesinando sulle lacrime che le asciugano le iridi color miele, che le arrossano le gote aranciate.
Sa di arresa Beatrice.
Beatrice è la sua piccola sconfitta.
Si sgretola tra le fauci di un tramonto che le gonfia il petto e le blocca le mani e si annienta tra i fogli di carta sparsi dentro i cassetti, tra la biancheria di pizzi ricamati che non indossa più per nessuno.
Quasi non si accorge, Beatrice, di aver i capelli spettinati, le unghie disfatte e lo stomaco troppo vuoto per poter reggere il confronto con i quattro rintocchi alla porta, imprevisti, improvvisi.
Beatrice tituba tirando i piedi sulle punte.
Poi spalanca la porta. Silenziosa. Temporeggiando sulle maree d’ansia e sorpresa che le agitano le vene.
Le osservo le mani bianche come gesso, tirano i fili di uno spettacolo da grande palco allestito sulla sua pelle e mi mancano le parole in gola.
Credo sia tenerezza quella che mi coglie impreparata davanti a Beatrice, un pizzico al naso ed uno allo stomaco. La tenerezza può esser dolorosa. Ora lo so.
Settant’anni e qualche spicciolo di altri giorni, Beatrice, ed i nervi le si affacciano sempre più pronunciati sotto l’incarnato pallido e sottile.
Ossa di vetro e pelle di farina.
Le appoggio una carezza sulle guance sollevate in un mezzo sorriso ed afferro qualche parola che riesce a sottintendere tra le rughe sollevate a ridosso delle tempie. 

- Non ti aspettavo. Oggi non è domani.
- Ogni oggi è domani, zia. E domani sarà ieri. Me l’hai insegnato tu.
- Comunque entra. Lì fuori è troppo buio.
- Sono solo le sette!
- Lì fuori è troppo buio anche alle quattro del pomeriggio.

Non discuto più con le convinzioni di Beatrice, sollevo le spalle, avanzo un passo nel suo bianco che mi punge in fondo agli occhi. Sento le pupille stringersi così velocemente da provocarmi dolore.
Beatrice chiude lesta la porta alle mie spalle. La sento borbottare. La sento indietreggiare sbarrando anche lo spioncino che butta il suo sguardo sulla strada. La casa intorno a lei è un eco di vecchie cianfrusaglie, ridipinte di bianco.

- Non ho niente di pronto. Non ho niente in casa, a dire il vero.
- Lo so, non ti vedono da diverso tempo, qui intorno. Sono passata per questo.
- Non sapevo di aver le spie.
- C’è solo qualcuno che si preoccupa ancora per te. Nonostante tu stessa non lo faccia. Da quanto non dormi?
- Chi dice che non dormo? Io riposo come si conviene alla mia età. Quando sono stanca, mi siedo. Quando ho fame, mangio. Quando ho sete, bevo. Quando ho sonno, riposo. Faccio tutte le cose che da sempre fanno gli anziani. 
- Riposare non è dormire. 
- Dormire non è riposare.

 Si confessa senza voler ch’io entri nella sua mente. Sono piccoli spiragli di verità che le vengon fuori spontanei, quasi volessero schizzarle fuori dalla lingua, sbattendo sul palato per arrivarmi carichi di forza e coscienza. Non riesco a difendermi dalle sue ammissioni e sospiro così profondamente da dar l’impressione di aver vissuto in apnea, per tutta la mia vita precedente.
Butto giù un sorriso e sollevo gli occhi in segno di resa. Le mie mani tornano a sfiorarle il viso che sento avvizzire sotto i palmi.

 - Sto invecchiando, cara, ma non per questo devo fingermi diversa, proprio ora, proprio al tramonto.

Annuisco posandole un bacio sulla fronte. Non ho parole tanto buone da meritare di esser pronunciate ora.
Beatrice allunga la mano verso la porta.
Fuori il mondo, fuori anche io.
Beatrice è allergica al buio e non chiude gli occhi per paura di legger tutto il suo passato contro le palpebre serrate.
Settant’anni e qualche manciata di giorni, così tanto da raccontare e nessuno a cui volerlo dire, se non a se stessa. Per non dimenticarsi. 

Ho l’anima color ciliegia
ed un mazzo di ricordi che mi pungono le ginocchia
sono spine di rovo che lacerano la carne
hanno il color delle voci
che mi bussano alle spalle,
violente e bugiarde
truccate da gloriose promesse
che sfumano sul ventre annodato.
Corteo funebre di ostentato passato
cammina lungo i fianchi
odore di marcio,
di costole avvizzite.
E temo a prender fiato.
Brandelli di respiro
impregnati di rancore
e gioca ancora sulle mie caviglie
l’ansia che sibila al mio orecchio
spronandomi alla fuga.
Mi raccolgo in trecce di appetiti,
in avida follia,
nella smania capricciosa
d’esser ancora corpo e spirito
cresciuto tra carnale brama
ed elevato castigo.
Ho l’anima color ciliegia
e succo d’ambra che sgorga florido
volgendo lo sguardo
sulle mie spalle appassite
all’ombra di un ricordo.

_Amara ©

D’un amore che mira ad esser necessario, di questo vorrei ammalarmi.
Senza sentir fatica nel cercarsi, senza aver fretta di curarsi.
D’un amore che esiste solo per se stesso e per quel noi che trova spazio, di questo vorrei morire.

Sorrisi Sintetici

Tranquilla! Tempo due giorni ed il dolore sparirà. Sì, anche il gonfiore, certo! Devi pensare che ormai ti sei tolta il dente!

Dentista Sadicobugiardoetremendamentesimpatico.

Sussurrami 
e vestimi con la cadenza di una preghiera. 
Raccoglimi i brividi 
e consolami le costole allargate
gonfie d’aria rarefatta. 
A mani piene, 
risvegliami la gola incurvata e tesa, 
rendila prigioniera 
di queste tue dita vittoriose e padrone. 
Sigillami la bocca divorandomi la lingua, 
ingoiami i gemiti 
e scandisci il mio ansimare unendolo al tuo respiro 
così forte e deciso da mietere piacere. 
Strozzami le parole 
legate all’assenza di gesti folli 
ed imbarazzi celati. 
Nutrirmi di un sapore mai sentito, 
allagami ed affogami nel tuo lento cammino 
che prosciuga i miei occhi vili e bugiardi. 
Amami come se fosse l’ultima volta. 
Amami come se non esistesse alcun passato. 
E sfiniscimi ormai preda del tuo desiderare. 

_Amara ©