> Tutta colpa delle favole.

Tutta colpa delle favole.

Nessun principe che ti salva dai veleni dell’invidia, nessun cavaliere armato di spada lucente che ti porta via dal drago del castello…
O ti abitui alla solitudine ed a cavartela da sola, o il drago sgranocchierà le tue ossa abbandonate su un letto di sogni, desideri ed organza.

E allora si chiese: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa?

A. Baricco (via sonoquellachesono)

(via desolantepanoramaumano)

(via wecanlightuptheworldtogheter)

portedellapercezione:

6dimattina:

Ecco perchè amo le librerie😍👌📖

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portedellapercezione:

6dimattina:

Ecco perchè amo le librerie😍👌📖

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(via dilloallalunaanchetu)

C’è qualcosa di sbagliato in questi sorrisi spontanei ed improvvisi.
Non c’è giustificazione.
Non trovo alternative.

La rabbia che si confonde con il dolore nel cerchio scomposto delle mie braccia intorno alle ginocchia.
Il vuoto allo stomaco, le spalle che cedono, è morte dei bisogni lasciati a marcire nell’ombra, a marciarmi lungo i nervi, nelle vertebre incurvate.
È una costante ricerca, un volgare volere senza aver cura di dare, ché tutto quello che potevo dividere, l’ho speso su occhi spenti e labbra nere.
Non mi avanza alcun passo.
Non mi resta nessun arto.
Mi stringo nel mio abbraccio.
E faccio fatica persino ad udire il tuo morbido vociare, lì, fuori dalle mie recinzioni.

_Amara ©

Avete presente quando pensate a qualcuno e, magicamente, quel qualcuno vi scrive? Ecco. Io no.

I silenzi che mettono a disagio. Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

"Pulp Fiction", Quentin Tarantino

Buongiorno.

Buongiorno.

Ché io non voglio mica mazzi di rose, m’accontento di mazzi di pizza.

Sorrisi Sintetici ©

robydito:

Prendi…tempo

robydito:

Prendi…tempo

Rigido che vuol dire statico.
Mi comprimo col sorriso sbiadito e richiamo, uno alla volta, i meccanismi che déviano la mia storia. Eco, una porta tagliafuoco, la frase che sconta l’infanzia.
Sei brava.
E la normalità accavalla le gambe. Un pugno sui denti ed una carezza allo stomaco.
Tutto quel che ho imparato non riesco ad insegnarlo.
Mi svuoto dei perché mozzati sull’unghia e dei viaggi mai finiti che rigurgitano aspettative violentate alla nascita.
Riscrivo ogni preghiera.
M’inginocchio.
E l’ovvietà dilata le iridi.
Trascino le maniche sulle pozzanghere delle parole, cerco sensi a vanvera e parlo di ciò che posso cambiare.
Se dico ‘speranza’ è solo perché venga prima la notte, sulle bocche schiuse. E l’aurora porta in pancia le filastrocche per non farmi piangere.
Trecce ai capelli di bambole calve, ché non ho mai avuto la pazienza, io, di districare alcun nodo. Cieche, sorde, ché ho voluto solamente giocarne i paradossi.
Pettini sul petto, sono mani che afferrano le ombre che danzano. Piuma.
E taglio i sogni in coriandoli disarmonici, pastelli per dirigermi, petali ai fiati.
Soffiati via, ritornati.
Spezzettati, nei mulinelli.
Il soffitto mi crolla sul diaframma, ho un respiro di troppo e lo sconto frantumandolo. Senti come fa il pavimento ghiacciato?
Piedi pasticciati di silenzi densi, tiepide labbra macchiate di rivincita. Schiuse, una ad una, e non c’è verso di finirci sospesa.
Dondolo allacciandomi all’alba, curva come se danzassi ad un passo dai tuoi nei, briciole di pane nei sentieri delle mie notti.

Cat ScritturaSpontanea & Amara ©

Quello che si dice l’amore,
quel ruvido scoprirsi e cercarsi,
quell’aspro sapore uno dell’altro,
tu sai,
l’amore.

Italo Calvino

(Fonte: marcomerlo, via detteaq)

Affogo nei giorni che si ripetono
uguali solo a se stessi,
cambiano le virgole
ed i punti restano fissi.
S’asciugano le sensazioni
stese al sole che non smette di battere,
s’allineano anche i sapori
che si agitano tra la lingua ed il palato.
Sentirmi seconda,
venuta dopo l’ennesima ferita,
con i fili che penzolano tra le dita
e lo schema di un ricamo
ché ti decori lo squarcio
sulla pelle pallida.
Sentirmi di troppo,
arrivata senza privilegi,
a contarti i cristalli di sale
e le smorfie dissestate.
Assetata d’averti,
spaventata dal cederti,
malandata,
malleabile,
chiusa dietro le mie ciglia
impastate d’aria calda e lacrime asciutte.
Sono immagine apatica,
impressioni restie
e tenera ostentazione
d’esser abile nel sostenere i pesi,
anche quelli della tua assenza.
Anche quello della tua indifferenza.
Anche quello della mia smania d’appartenerti,
di caderti lì,
tra le mani arruffate di pensieri distorti
e gli occhi arrossati dai ricordi insistenti.

_Amara ©