> Tutta colpa delle favole.

Tutta colpa delle favole.

Nessun principe che ti salva dai veleni dell’invidia, nessun cavaliere armato di spada lucente che ti porta via dal drago del castello…
O ti abitui alla solitudine ed a cavartela da sola, o il drago sgranocchierà le tue ossa abbandonate su un letto di sogni, desideri ed organza.

Prenditi cura del fiato che si spezza,
dei germogli di paura che ti coagulano il sangue,
dei nodi alla gola,
dei rami di pensieri sgrammaticati,
del petto che trema,
delle mani che lasciano andare l’aria palpabile.
Prenditi cura di quel che non ha nome,
dei sinonimi d’amore costante,
del rispetto che cementa le articolazioni,
della delusione bambina allatata al seno dell’insicurezza.
Prenditi cura di me,
gelida e sottile,
delicata come fiocchi di Neve,
rovinosa come valanga che corre lungo i fianchi dei giorni corrosi.
Prenditi cura di noi.

_Amara ©

Mi porto dentro il soffio di un rancore covato sotto cenere e sabbia, il vetro opaco di finestre dai legni corrosi.
Mi porto dentro la sconfitta ed una manciata di sale raccolto dalla mia nuca incurvata, grumi di pece e piombo.
Le voci confuse, i profumi mischiati che si rischiarano uno per volta, fino a render vivo il ricordo di un bacio rubato a ridosso di un mare agitato, li ho dentro.
A far peso sui miei occhi, a piegarmi le ciglia e le nocche socchiuse, ho dentro il fruscio di pelle asciutta che m’accarezza i nervi disciolti in oceani di lacrime.
Mi porto dentro la mia resa, i passi contorti sui sentieri lastricati di cattive abitudini, d’ambizioni scoscese e desideri urlati ai sassi. Anche ai più duri, quelli che ho dentro.
I rovi, le catene, i rami spezzati, inchiodati, infuocati, li porto dentro a praticar dolore e rabbia e ferite che non sanguinano per la troppa pressione.
Mi porto dentro me stessa, rinchiusa in un angolo, torturata dal terrore d’essere, ancora.

_Amara ©

Dita a mazzi intrecciate a nodi di capelli ed aria salmastra che disegna le ginocchia piegate ad inseguire la penombra:
s’irradia in me la sensazione di solitudine.
Manciate di vuoto da ingoiare ad occhi chiusi, pesano sullo stomaco e sbiadiscono i sorrisi lanciati sulle labbra umide, calde di brezza di mare e sole cocente:
ho freddo nelle ossa e scheletro molle, passi incerti.
Il nero si allunga, fin dentro i nervi governati dalle vertigini.
È vento che corre, lungo la schiena di una sera torrida.
Brucia il tramonto lontano dai polsi e gelano le caviglie frustate dall’alba.
Giorni corti, notti interminabili che avvolgono i polmoni, macchiano il fiato.
Non ha consistenza questo mio sentire, non ha colore, né sapore, né odore di chiuso, ma lo sento premere, spingere, violentarmi lo stomaco e danzarmi nelle budella.
Dovrei prendermi del tempo, depurare le mie ore, delirare tra i minuti.
Dovrei.
Soltanto.
Respirare.

_Amara ©

(Fonte: mophata, via lestellequantesono)

Gettami il fiato tra le falangi e le unghie
ed abbandonami la rabbia tra le punte dei piedi.
Calpestami i brividi e perquotimi le paure,
con le labbra a muoversi impetuose
tra i sensi solleticati e vigili.
Hai sapore di vaniglia sulle nocche ripiegate.
Hai profumo di zucchero tra le ciglia annodate.
Scioglimi il sangue ed addensami le carni.
Mangiami.
Bevimi.
Divorami ingordo ed insaziabile.
Rivoluzionami l’identità
con pelle madida di piacere sottomesso.
Mi piego ed anniento sulla tua gola incurvata,
alla tua nuca chiedo perdono,
alla tua schiena regalo ricami.
Possiedimi senza possibilità di fuga.
Arrendimi al tuo volere prepotente.
Ché m’hai gettato via il fiato,
perso nella tua bocca avida di godimento.

_Amara ©

Elena si perde
e si ritrova ai bordi dei suoi umori neri.
Senza briciole a segnarle la via,
senza lupi da cui difendersi.
Elena si nasconde al tramonto,
troppo debole per non finire in pasto ai suoi demoni,
chiusa dietro i suoi abiti d’apparenza,
Elena si perde sperando di non ritrovarsi,
ancora una volta,
in briciole e frammenti.

Sorrisi Sintetici ©

Quel tuo “a domani” che profuma di promessa, di desiderio d’esser presenza, costante, assidua, avvolgente.

Sorrisi Sintetici ©

D’un amore che mira ad esser necessario, di questo vorrei ammalarmi.
Senza sentir fatica nel cercarsi, senza aver fretta di curarsi.
D’un amore che esiste solo per se stesso e per quel noi che trova spazio, di questo vorrei morire.

Sorrisi Sintetici (via sorrisisintetici)

(via cuoricina86)

Ho contato le ore stanotte. Una dietro l’altra. Con tutti i minuti che correvano per raggiungersi ed accavallarsi.
Era tutto un caos. Ed era così vivo che lo potevo sentir pulsare sullo stomaco, farsi spazio nel ventre, annodarsi ad ogni respiro.
Era caos, fuori e dentro di me.
Mi cullavo nella penombra, cercando briciole di luna da poter intravedere dalle serrande chiuse con poca attenzione.
Quel poco di luce che filtrava, disegnava immagini distorte, allungate sulle pareti grigie. Ed io tra loro, deformata dal sonno che tardava ad arrivare.
Ho contato le ore, stanotte come ogni notte.
Avvolta da miriadi di pensieri accesi come lucciole tra la fitta boscaglia.
Regnava il caos.
Ed io mi sentivo sua schiava.
Come della paura. Come dell’ansia. Come emigrata in un paese sfavorevole. Mi sentivo fuori posto e piegata ai suoi comandi.
Povera di luce, incastrata tra le trame di una mente fervida, troppo attiva per donarmi riposo.
Mi dannavo nella penombra.
Accusandomi d’esser priva di chiudere gli occhi senza affogare nei pensieri.
I silenzi si ricoprivano di polvere .
Gli occhi bruciavano, le mani prudevano.
Ingoiavo intrugli di bile e succhi gastrici.
E m’arrendevo.
Al pensarti con desiderio crescente.
Al volerti con fame insaziabile.
Arresa alla tua presenza.
Ho contato le ore, i minuti, il bisogno di te.
E mi stupivo della mia debolezza, di quel sorriso che si allargava nonostante la caotica lotta per raggiungerti in sogno.
Ho preso sonno, a ridosso dell’alba, con la sabbia negli occhi ed il respiro di chi ha paura. Distesa al sole, le mie caviglie nelle tue mani.
M’hai fermato i passi, interrotto la fuga.
E m’hai avuta senza perdere il coraggio per tenermi.

_Amara ©

Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care.

Dino Buzzati (via apneadiparole)

(via lestellequantesono)

Quelle come me le puoi stringere tra le mani un istante, assaporarne le ore, divorarne le notti.
Quelle come me sono aria che brulica nella gola, come un vizio da soddisfare, un capriccio da saziare in penombra.
Quelle come me durano il tempo di una vertigine e quando le allontani, loro no, non tornano indietro.
Un dubbio, una piccola crepa, e le bambole come me cambiano vetrina.

Sorrisi Sintetici ©

Giocare con il mio umore, con gli sbalzi della mia anima, con i capricci di femmina irrequieta, era un privilegio ed una condanna che lasciavo solo a lui, ed a lui soltanto.

Sorrisi Sintetici ©